venerdì 10 febbraio 2012

Presentazione del libro "Eva Ostinata" da parte dell'Associazione Rhegium Iulii

Rhegium Julii 8 novembre 2011
Eva Ostinata (di Carla Spinella)
Presentazione di Francesco Idotta

Il volume poetico di Carla Spinella, pubblicato da La Vita Felice editore, con prefazione di Luciano Aguzzi, racchiude cinque sillogi, (Le voci sepolte, Eva ostinata, Il dono tradito, L’ultima lacrima e Versi in concerto). Cinque vie che conducono il lettore, attraverso traiettorie tortuose, alla medesima meta: l’anima del poeta, il quale decide, combattendo anche contro se stesso, di parteciparla.
Carla Spinella, calabrese di origini, è una poetessa consapevole della responsabilità che si è assunta. Sa che la parola è un detonatore privo di disinnesco: una volta attivato determinerà un’esplosione. Da qualche parte lo scoppio genererà forme e idee, creerà vita.
Le chiavi di lettura dell’opera di Carla Spinella sono molteplici, e in questa sede non è possibile analizzarle tutte, per tale ragione si è pensato di soffermarsi su un unico tema che, a nostro avviso, sembra essere ricorrente, a tal punto da destare il sospetto che possa essere il sottotitolo invisibile dell’opera o, quantomeno, il fil rouge, la bussola che oltre all’orientamento spaziale fornisce un indirizzo formale al lettore.
Prima di girare la chiave, ci soffermeremo sul titolo: La Eva ostinata di cui parla la poetessa potrebbe essere la Penelope tessitrice o la sconfitta Euridice o anche una donna partorita dal padre, una Atena, dea dell’intelligenza, non madre di figli, ma di parole.
La vicinanza di Eva a Penelope ce la svela la stessa Poetessa nella poesia di pag. 89.
La prossimità ad Euridice, invece è manifesta nella poesia di pag. 111, “La morte”, nei versi: “È passo incalzante/ nella notte dell’anima/ smarrita/”. L’ultimo verso è composto da una sola parola (smarrita), che rammenta la perdita di Euridice nel momento in cui il poeta Orfeo cerca di fermarla col suo sguardo.
Atena, dea dell’intelligenza, invece, è presente nella poesia di pag. 81, dal titolo “Ebbrezza d’infinito”, nei versi: “Tutta m’invade/ a volte l’anima/ e cerca felice/ intatte cime”. Le altezze che cerca Eva – Atena non sono quelle dell’amore, come cerca di camuffare nei versi che seguono, ma quelle della conoscenza, come tradiscono i versi che chiudono la poesia: “Mi riafferra ebbrezza/ d’infinito/ e ancora mi levo/ tra gli antichi sogni”.
Chiarite le sensazioni che il titolo del volume ci ha suscitato, passiamo a svelare brevemente il nome della chiave con la quale cercheremo di aprire le porte del libro di Carla Spinella.
Ci è parso che il punto principale di questa raccolta potrebbe essere il “tempo”.
La questione del tempo è logorante. Chiunque si accinga a confrontarsi con tale problema deve fare i conti con i mostri sacri della fisica e della filosofia. Tuttavia, senza scomodare nessuno, noi ci affidiamo alle parole di Carla Spinella, le quali ci spingono ad aprire una riflessione capace di affrontare la precarietà dell’esistenza, senza sconti né riserve: la vita è difficile, il poeta lo sa e Carla Spinella non ha nessuna intenzione di indorare la pillola.
Il tempo appare come un cavallo imbizzarrito, sul quale bisognerebbe assolutamente montare, mentre è al galoppo sfrenato. Si ha la sensazione, e forse non è solo una sensazione, che noi non si sia più nel tempo, ma fuori di esso. Occorre inseguire la giovinezza, perché sfugge; rincorrere l’amore, perché si dilegua; incalzare il successo, giacché passa una sola volta… ecco che l’uomo rei-etto, ri-gettato, colpevole, gettato via, si smarrisce nel caos e perde il kosmos… Eva fu la causa di tale rigetto e come tale, a volte maldestramente, cerca di rimediare. L’uomo si illude ma Eva è tristemente cosciente della sua caduta nel tempo.
Nel momento stesso in cui si decide di confrontarsi col problema del tempo, bisogna essere consapevoli che si sta per avviare una riflessione sulla Morte e questo la nostra poetessa lo sa benissimo.
Chiunque intraprenda una riflessione sul tempo, sta per inoltrarsi nell’Ade, esattamente come Orfero che va alla ricerca di Euridice. La discesa nell’Ade rivela il desiderio di comprendere il senso della Vita, il senso del proprio tempo, che implica una continuità, che prima o poi si interromperà bruscamente.
Per comprendere il senso della continuità occorre innanzitutto intervistare la Morte, in modo particolare la propria, ma anche la dinamica di questo evento, che si prospetta ineluttabile e per questo terrorizzante, richiede coraggio e abbandono; postula un desiderio di scoperta, quindi di libertà. Quella stessa libertà che la morte parrebbe negare e che Eva ha conquistato mangiando la sua mela.
La morte, è l’ombra che cade/ sulla mela bacata. /È la foglia che si sgretola con sospiro rassegnato./ È passo incalzante/ nella notte dell’anima smarrita./ È pace/ d’un sonno che la scelta/ non tortura.
Carla, la poetessa, non si tormenta come Orfeo, ma si lascia andare come Euridice (la quale, come Eva, è stata la prima a passare il limite): non vuole sconfiggere il mistero, ma far sì che esso divenga seme di nuova vita, e non importa che tipo di vita.
La vita è un viaggio, che non ha ritorno (21) il ritorno è agghiacciante, perché ci lascia come conchiglie buttate sulla sabbia (37).
Meglio lasciarsi prendere dal divenire, perché nessun gesto che compiamo può dare il senso al tempo: il futuro è pieno di fantasmi spalanca porte di minacce, tanto vale aspettare che il fluire ci conduca là dove siamo diretti (45).
Non si legga ciò come il dire di un nichilista, ma semplicemente come la consapevolezza dell’uomo di non poter oltrepassare il muro del possibile. L’uomo è limitato, l’unico modo che ha, pare dire Carla Spinella, di opporsi alla sua caducità e di non restare franto nel vuoto del tempo (49), è di recidere le radici (53), affinché il cuore voli con leggerezza e conduca Teseo, grazie ad Arianna, fuori dal labirinto.
Il vuoto del tempo di pag 49, lascia così spazio a un tempo colmo di pag. 67: “Si colma il tempo frenato;/ e gentile s’accende/ la musica crepuscolare”. Il tempo si riempie di senso solo nel momento della sua fine: noi non possiamo contenerlo né significarlo, ci è dato solo di viverlo. Nel lasciare che esso trapassi, ci riafferra la brezza d’infinito (81) e ancora è possibile levarsi tra antichi sogni. I sogni dell’umanità, la stessa che sopravvive grazie ai poeti e alle loro voci dissacranti e dissonanti. Il poeta che dipinge scheletri di pensieri a tutti fratelli e tenera suona la parola che ad ognuno regala (101).
Resta la memoria, come una dea ostinata, la quale si rifiuta di lasciare che una qualunque vita cada nell’oblio. Perché ricordiamo solo ciò che non dimentichiamo e nel ricordare ammettiamo la nostra sconfitta, perché ciò che abbiamo perso non lo possiamo ricordare. Eva è ostinata, ma davanti al tempo anche lei cederà le armi e la voce femminile della memoria lascerà che il tempo continui, senza sosta verso un orizzonte che un giorno smetterà di esserci familiare e ci apparirà estraneo e lontano come una lingua straniera.
Ciò che per-mane (resta per…) ha sempre una dinamica interna che si contrappone o si impone a una dinamica esterna. Un’opera d’arte rivela la sua dinamica interna nel suo esserci, nel suo stare nel tempo dell’artista; la dinamica esterna, invece, è la relazione che l’opera d’arte instaura, al di là dell’artista, con il tempo degli uomini che la osservano o la eseguono.
L’ostinazione di Eva ha senso solo se le voci di Carla e delle altre correranno senza occuparsi di restare, con l’unica certezza della possibilità di un ultimo sospiro d’amore (141).