Carla
Spinella – Eva ostinata. Milano: La Vita Felice, 2011. Prefazione di Luciano
Aguzzi.
PREMIO
FRANZ KAFKA ITALIA ® II Edizione 2012, Sezione Poesia, Primo Premio.
Recensione
di Rita Mascialino.
Presidente
del Premio e della Giuria
La raccolta di poesie di Carla Spinella Eva ostinata con prefazione di Luciano
Aguzzi si articola in cinque parti dai seguenti sottotitoli indicativi delle
atmosfere interiori cui si possono richiamare i componimenti che fanno capo a
ciascuna parte: Le voci sepolte, Eva ostinata,
Il dono tradito, L’ultima lacrima, Versi in concerto.
Ogni poesia di Carla Spinella rappresenta un
mondo compiuto che meriterebbe un’analisi specifica, ciò che in una recensione
di taglio complessivo, come lo sono recensioni di intere opere, non è possibile
attuare. Verrà quindi accennato solo a qualche Leitmotiv più significativo tra
gli altri.
Vorrei premettere un riferimento ad un altro
grande poeta, a Friedrich Hölderlin che aveva fatto della poesia la sua ragione
di vita e che ha qualche importante punto di contatto con la poesia di Carla
Spinella. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema
della sua esistenza come uomo e come vero poeta, è anche la meta dell’Autrice,
la meta che essa intuitivamente - non intellettualisticamente permanendo essa
sempre entro le coordinate immaginifiche connotanti il linguaggio poetico –
pone ai vertici della sua ricerca creativa di estrarre e suggerire i
significati più profondi della vita. La
parola poetica è per la poetessa in primo luogo parola che evoca, al livello
più originario possibile, il mondo filtrato dalla propria visione, come emozione
di fronte alla vita, in una parola: come significato.
Uno dei grandi temi affrontati poeticamente dall’Autrice
– nonché, per continuare con la citazione di cui sopra, anche e soprattutto da
Hölderlin tra gli altri poeti – è quello della memoria, dei ricordi delle
esperienze trascorse, i quali stanno alla base del mondo psichico di ciascun
essere vivente; è il ricordo come esperienza psicologica complessa che può dare
una compiutezza semantico-emozionale al senso della vita. Questo è il tema per
eccellenza nell’Autrice, al quale si agganciano altri grandi temi, primo fra
tutti l’esperienza dell’amore, ma anche quella della morte, della fine di ogni
cosa, della fine dei ricordi e con essi del collante che tiene insieme la
nostra individualità, così ci dice la poesia di Carla Spinella.
La parte iniziale Le voci sepolte esce dal profondo, là dove i ricordi come custodi
del tempo trascorso giacciono difficili da dissotterrare e portare alla luce,
non sempre belli ovviamente, spesso recanti i segni che la spazialità coatta
della loro sotterranea prigionia porta con sé inevitabilmente. Di impatto
particolarmente doloroso appunto, come è esplicito nel testo, è il riferimento
alla sepoltura comprensivo del contenuto della stessa: ad essere sepolte sono
le voci, ciò che implica che ci siano dei sepolti vivi, la cui voce appunto chiede liberazione. Sono
di fatto le voci delle esperienze passate, delle emozioni, delle speranze,
delle illusioni e delle delusioni, le voci dei ricordi ad essere sepolte e a
voler uscire dalla metaforica tomba, registrazioni di esperienze non forse
appaganti come si sarebbe voluto e allora rimosse, rinchiuse onde evitare che
siano fonte di disturbo nel presente, o cadute in obsolescenza, come è il
destino di tutto ciò che nel quotidiano non serve più o viene creduto ormai
inservibile. La poetessa è in cerca del suo tempo, proprio di quello restato
fermo, trattenuto in qualche evento che non riesce ad evolvere in altro appunto
perché sepolto, non richiamato in vita dalla consapevolezza. In questo viaggio
costante nel passato l’Autrice vorrebbe giungere là dove “il tempo ricama
merletti”, ossia dove il tempo non si è fermato in una rigidità lontana da ogni
vita e le esperienze vengono al contrario elaborate a livello di ricordi che
evolvono, che si completano in nuove esperienze, che si arricchiscono di nuovi
contesti in cui ricevono nuova veste ricamata finemente come lo sono i ricordi
che vengono rivisitati da una personalità in evoluzione continua, che ottengono
nuova luce, nuovo colore, nuovo timbro. Ma ciò che non di rado la poetessa
trova nella sua ricerca sono i fantasmi dell’orrida notte, immagini d’angoscia
che si muovono fra lo stridio dei gabbiani, ovvero tra voci non modulate in
armonia, ma che disturbano quasi grida stonate, strozzate nella gola. così che
resta l’attesa della luce perché fughi i fantasmi, i frutti non estetici della ricerca
del tempo passato, i ricordi non positivi, in agguato per ferire secondo la
motivazione di tutti gli agguati, i ricordi che non si sono evoluti in più
armoniosa compostezza. Tuttavia la poetessa non si lascia distogliere dalla sua
meta esigente e la sua ricerca nel passato continua, nella volontà di
comprendere e di rivivere, di non perdere le esperienze, bensì di elaborarle
fino a che si fondano nella personalità come equilibrio di accordi nella più
ampia sinestesia.
In Eva
ostinata, la parte che dà il titolo all’intera raccolta, Eva è “snaturata
da sovrapposte rinunce e balenanti rivolte” nelle quali la Spinella sintetizza
molto liricamente la terribile storia della donna, che resta sola quando la
bellezza sfiorisce e, non può essere altrimenti, gravata da una “tristezza
travestita di passato, di perdite e rimpianti”. Tuttavia anche in questa non
lieta solitudine, che rende pesante da sopportare l’esistere, Eva, colei che dà
la vita, nutre speranza, si ostina ad amare la vita e a sperare di vedere danzare
i colori che essa può offrire, a voler vedere il bello che da essa può
provenire. Così nell’elaborazione della lirica Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, in È già sera Eva, mentre la meta ambita, fatta di amore e di bellezza,
si fa sempre più lontana e oscura, irraggiungibile, avanza ostinatamente perché
capace di vedere anche la più debole luce, la luce di una piccola stella in
spazi remoti; ed è memore del fatto che l’alba foriera del giorno tornerà a
dissipare le ombre facendo esplodere la vita che, seppure “troppo ferisce”,
rinnova la speranza, l’entusiasmo, la fiducia nei sogni che la fantasia reca
con sé. E i sogni sono sempre in Carla Spinella la chiave straordinaria che
apre le porte al nuovo, alla sorpresa, alla creatività, ancora con l’indimenticabile
Hölderlin, per il quale l’uomo è un dio quando sogna e un servo quando
riflette.
Nella terza parte Il dono tradito (La poesia) la ricerca della parola che dia forza e
coesione ai significati, che realizzi l’esigenza della massima significazione
possibile e impedisca al sogno di indebolirsi, si fa implacabile e capace di
accogliere la delusione. Il poeta diviene colui che “impasta colori di sogni e
di scavati ricordi” – entrambi provenienti dalle oscurità più inconsce, più
sepolte –, colui che vede senza guardare, perché con gli occhi allenati a
cogliere i mondi interiori, e non ha paura delle angosce che abitano quei mondi,
colui che ha ingresso privilegiato nei più reconditi anfratti della personalità
umana. Ma la vita con il suo procedere inarrestabile e veloce alla fine
travolge anche il poeta, la cui voce resta abbandonata nel pozzo oscuro della
dimenticanza, e viene sepolta malgrado abbia cantato le ricchezze della vita,
voce che, nell’oblio in cui può cadere a causa di un’umanità disattenta, può
diventare una monade che divora se stessa, privata del suo contatto con gli
altri, così che il dono della poesia viene in qualche modo tradito in una
esperienza di vita che nulla risparmia. Anche la poesia e la sua ricerca di
significato è allora creazione e ricerca inutile? Certamente no. Nei tradimenti
c’è qualcuno che tradisce qualcun altro. Nel caso della poesia, Il dono tradito, chi tradisce non è il
poeta, è invece colui che non si occupa di poesia, che l’abbandona all’oblio
lasciando languire la voce del poeta che
si ritrova sepolta là da dove ha avuto origine, nel profondo, nell’oscurità
delle sensazioni inconsce che stanno a monte della più ricca e creativa
consapevolezza.
Nella quarta parte L’ultima lacrima otto componimenti sono dedicati alla madre morta, quattro
alla sorella uno al padre, altri a persone morte anch’esse. La prima poesia, che
introduce la sezione, è dedicata alla morte che è prigione insensata, foglia
che si sgretola, vento intrigante, voce suggestiva che chiama, languidamente
quanto inesorabilmente, a sé, anche dolce ritorno alle origini, pace di un
sonno eterno, dove ogni tempesta cessa dissolvendo la vita in pura luce.
Malgrado dunque la tristezza della morte nella sua funzione di chiusura
definitiva della vita, alla fine coloro che non ci sono più vengono comunque ad
essere in qualche modo, in un modo nuovo, meno umano di prima, costituito di
pura luce. E la luce conserva sempre, anche in questo tragico frangente, una
sua positività che le compete in qualità di più bel fenomeno della natura: la
luminosità è un elemento non solo necessario alla vita, ma fondamentale al sviluppo, alla continuazione del suo percorso
che sfocia appunto nella luce, una luce che la poetessa vede splendente anche
per l’apporto delle persone che non sono più.
Dalla luce della fine si passa, a conclusione
della raccolta, ai Versi in concerto,
dal titolo dell’ultima sezione, la più breve. Questa è ancora dedicata alla
poesia come dice già il suo titolo, una poesia che però è diventata pura armonia
sinestesica di suoni e di parole, di significati, di sensazioni e di emozioni,
il tutto non più creato nella solitudine del poeta, dell’artista, ma divenuto
evento corale della vita o “grido gioioso d’amore che colma e consuma”. Anche
qui i sogni e la memoria sono al centro della creatività artistica. Ogni
parola, ogni sentimento evocato, ogni piega psicologica espressa liricamente,
tutto fluisce verso il canto più puro, sciolto dagli avvenimenti contingenti
quali che siano all’origine dell’effusione del cuore. Il verso, la parola
poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come
uomo e come poeta, è anche la meta della poetessa Carla Spinella, la meta che
intuitivamente essa pone ai vertici della sua ricerca creativa finalizzata in
primo luogo ad estrarre i significati più profondi della vita, a dare il
significato più profondo alla vita. La parola poetica è per l’Autrice
eminentemente parola che esprime e chiarisce nel profondo più immaginifico del
linguaggio il mondo filtrato dalla propria personalità per sé e per gli altri,
a livello corale, appunto, di concerto.
Per terminare la breve presentazione con
un’immagine dell’Autrice, all’umanità la poesia concede il massimo possibile,
“sprazzi di memoria”, che sono tanto più importanti quanto più fuggenti e
difficilmente afferrabili, ma appunto, a questo serve, come ci dice nel suo
canto Carla Spinella, la poesia.
Rita Mascialino