martedì 19 agosto 2014

Intervista a Carla Spinella

Si definisce un’ “artigiana” della poesia. Una passione che l’accompagna fin da bambina. Che l’ha legata allo studio, alla letteratura, ed all’insegnamento come docente di Letteratura italiana e Latina. Prima, da ‘signorina’ al Liceo Scientifico “Leonardo Da Vinci” di Reggio Calabria, poi, come moglie e mamma di due splendide figlie, a Milano, al Liceo “Salvador Allende” dove è stata anche vice-Preside per parecchi anni, e Preside facente funzione per qualche mese. E’ una storia lunga quella di Carla Spinella, oggi insegnante in pensione, calabrese di Bova Marina, ma ormai milanese di adozione. La sua vita è scandita da versi, che non ha mai smesso di scrivere; racconti,qualche romanzo ed oggi anche il teatro, a cui si dedica con passione  nel suo ruolo di docente all’UNITRE, l’Università delle tre età di Milano, dove tiene anche un corso di scrittura creativa da cui sono nate quattro antologie dei suoi “studenti”e una silloge unitaria dell’allieva più brava.
Una “donna speciale” per le due figlie. E speciale lo è davvero la Spinella autrice di poesie, premiata nei giorni scorsi a Reggio con il Premio “Mimosa 2013” dall’Associazione culturale “Anassilaos” e con una pergamena del Consiglio regionale della Calabria che l’ha voluta ringraziare per alcune copie di libri donati alla già ricca Biblioteca di Palazzo Campanella.
Nonostante una corposa produzione la sua arte, soprattutto quella degli ultimi vent’anni, è ancora in gran parte inedita. 

“Avevo 10 anni quando ho cominciato a scrivere poesie e ad occuparmi di teatro.  – ci dice - Per me la poesia era come un accompagnamento, una trasposizione in parole poetiche di “cose” che sentivo. Ed ancora di più provavo questa sensazione mentre insegnavo. Una passione, quella dell’insegnamento, che si è impadronita di me molto prima. Compivo cinque anni e, quando mia nonna mi chiese che cosa volessi come regalo di compleanno, io risposi “la scuola”. Davanti alla sua perplessità aggiunsi “voglio fare la scuola”. Mi regalarono dei banchetti di legno perché potessi giocare all’ ‘insegnante’ con le altre bambine. Quella passione non si è mai esaurita. In quegli anni era come se cercassi un via per nobilitare ulteriormente una “cosa” già molto nobile come l’insegnamento. E’ stato così che ho trovato la poesia. Più della prosa, perché scrivo anche racconti e . ho, da qualche parte, due romanzi da completare e revisionare. Sento, però, che la mia è la voce del poeta, più che la voce del narratore”.

Come nascono le sue poesie?
“L’opinione comune che non condivido affatto è che la poesia sia l’espressione di un sentimento che sgorga dall’animo e “va” sulla carta. Io non penso affatto che sia così. Perché è vero che l’inizio di ogni poesia è un’idea che illumina la mente per qualche secondo; un sentimento che riscalda il cuore, una fantasia che attraversa la tua immaginazione. Poi, su quella devi lavorare. Se scrivi soltanto lo sfogo viscerale,. stai mettendo giù dei versi. Non stai facendo una poesia. Perché la poesia è un prodotto artistico a cui si arriva con l’artigianato. Cioè con il lavoro diligente, con la ricerca accurata della parola. Leopardi spiegava bene questa differenza tra i versi e la poesia,. quando affermava che ci sono parole e termini. I termini sono propri della scienza, della tecnica, della vita quotidiana. E se sono della scienza e della tecnica devono avere caratteristiche che non possono essere quelle della poesia. Devono avere esattezza, devono essere ben definite, devono spiegare, chiarire. La poesia non deve spiegare o chiarire. La poesia deve evocare, emozionare. Dunque è’ tutto il contrario. Allora, le parole della poesia sono, come dice Leopardi, “parole peregrine”.intorno a cui si crea un’aura di lontananza. E’ ovvio che il poeta quasi mai inventa parole, qualche neologismo c’è anche nelle mie liriche, ma si tratta di eccezioni: la maggior parte delle parole sono quelle dell’uso letterario, non dell’uso comune perché altrimenti andremmo a parlare d’altro. Sono parole che sono di uso letterario, però che sono in uso da due mila anni, perlomeno”.  
“Sono parole – ci spiega – che devono essere scelte accuratamente perché, come diceva Gustave Flaubert, c’è una sola parola per indicare quell’idea, quel sentimento. E non può essere un’altra. Quindi non può essere quella che ti sgorga improvvisamente. Te la devi cercare con dedizione, con fatica, con la competenza di chi si è formato il “terzo orecchio “.
Per Gustave Flaubert la parola giusta era quella - unica - che poteva esprimere compiutamente l'idea. Dovere dello scrittore era trovarla. Come poteva sapere quando la trovava? Glielo diceva l'orecchio: la parola era "giusta" quando suonava bene. Quel perfetto adeguamento tra forma e materia - tra parola e idea - si traduceva in armonia musicale. Perciò Flaubert sottoponeva tutte le sue frasi alla prova de "la guelade" (schiamazzo o vocìo). Se ne andava a leggere ad alta voce quello che aveva scritto, in un viale alberato di tigli che esiste ancora vicino alla sua casa di Croisset: "l’allée des gueulades". Lì leggeva a perdifiato quello che aveva scritto e l'orecchio gli diceva se aveva colto nel segno o se doveva continuare a cercare vocaboli e frasi fino a raggiungere la perfezione artistica, che perseguì con ostinata tenacia per tutta la vita fino a raggiungerla.

La prima silloge data alle stampe da Carla Spinella è del 1970: “Poesie” Carla Spinella, Gabrieli Editore, Roma 1970.  Una ventina di liriche sono state inserite nelle due antologie poetiche dal titolo “Testimonianze”, edite a cura di Italo Rocco e Mauro D’Ursi. Seguì un periodo di collaborazione, con la pubblicazione di poesie, racconti, e articoli di critica letteraria, sulle riviste «Silarus», «Il Letterato», «Calabria Letteraria», «Il Michelangelo».

“Fino all'84 ho scritto e pubblicato, ma sempre sulle riviste nostre, quelle del Sud – racconta -  Poi, per tutta una serie di motivi, soprattutto di ordine familiare, ho cominciato a non pubblicare, pur continuando a scrivere. Lavoravo e lavoro soprattutto di notte. Ma non ho più dato alla luce quello che scrivevo.Perciò, in quegli anni, nella società culturale milanese non ero conosciuta. Quando sono andata in pensione, i colleghi, che mi conoscevano, mi apprezzavano, e mi incoraggiavano a far uscire dal silenzio le mie poesie, hanno messo insieme, con le liriche che avevo regalato all’uno o all’altro, una plaquette, che, nel corso della festa ho dedicato ai compagni del lungo cammino. Anzi, quando qualcuno mi ha svelato il progetto, ho scritto anche una lirica proprio per loro.
 Fino ad allora la mia poesia era, per così dire, 'secretata'. Dopo quella festa sono tornata al “pubblico”.
Devo riconoscere che ho trovato una grande accoglienza. Io, in verità, già pensavo di dedicarmi oltre che alla poesia anche ai romanzi che avevo iniziato e interrotto. Ma, con l'abbandono dell'insegnamento, avevo notato che i familiari approfittavano un po' di me. Mi consideravano più libera e quindi si rivolgevano a me per ogni problema. Capii che non potevo continuare su quella strada, perché avrei disperso le competenze che avevo accumulato con tanto studio. E' stato così che è iniziata la mia collaborazione con l'UniTre dove ho ripreso a dare corso alle  passioni della giovinezza: la scrittura ed il teatro. Da cinque anni tengo un corso di scrittura creativa e, a fine anno, curo la pubblicazione di un volume con gli scritti dei più bravi. Spero di poter dar vita nel tempo a una scuola di poesia. Di questa poesia. Come la intendo io”.

Com’è la sua poesia?
“La poesia per me è come un viaggio che io ho compiuto in questi anni all’interno di me stessa sprofondandomi nel magma delle mie contraddizioni. Poi, ne sono emersa, via via. Perché ogni piccolo tratto di cammino comporta lo sprofondamento nel magma delle contraddizioni e l’emersione, cui segue una nuova immersione che, essendo  la conseguenza di quello che hai trovato in te, ti porta a cercarlo negli altri. Quindi i miei versi non sono uno sfogo personale, ma poesia in cui gli altri possono riconoscersi. Poesia come riconoscimento degli altri attraverso la conoscenza di sé. Che non è istintiva. Noi non ci conosciamo. Dobbiamo mettere in atto un lavoro per conoscerci, affrontare un viaggio, bello e difficile . E questo viaggio io trovo, quando leggo la mia poesia, che di fatto non è più mia, perché, pubblicandola, l’ho affidata ad altri. Mentre la sto scrivendo, la correggo, la ricorreggo, intervengo  sul lessico, sulla disposizione delle parole, sulla punteggiatura… è un lavoro!. Ecco perché  non credo alla poesia come istinto o come sfogo. Questo viaggio conosce l’euforia della poesia che è bella, che è venuta bene, e il senso di disfatta. quando si ha l’impressione che l’opera creativa sia fallita; il tentativo stressante, angoscioso anche; e poi, meraviglia, la convinzione di essere riuscita a fare qualcosa di buono. E’ un lavoro in cui emergono  queste alternanze. Alla fine, poi, c’è la gioia. Insomma, io sono tristissima mentre scrivo le mie poesie. Poi al termine, cala su di me una sorta di serenità. Mi dico: “ecco ho fatto qualcosa di bello, che può essere riconosciuto da qualcun altro. Non dico da tutti, che sarebbe una speranza irrealizzabile. Poi tutto dipende dalla sensibilità degli altri e da quanto attentamente leggono”.    

Cosa racconta nelle sue poesie?
“Racconto me stessa, come frutto, come prodotto di una educazione, di un modo di vivere, di un’umanità che ho trovato in Calabria. Anche se a Milano sono stata accolta bene, non ho avuto nessun tipo di problema. Ma, dentro di me, spesso non consapevolmente, ho sempre avvertito che l’accoglienza, l’ospitalità, quell’ umanità che va al di là del puro conoscersi, sono caratteristiche più tipicamente presenti nei comportamenti di noi meridionali”.

Quarant’anni a Milano.? Ma quanta Calabria c’è oggi nella sua vita e nella sua poesia?
“Tanta. Me ne sono  accorta venendo a Reggio nel 2011. Credevo di essermi ormai staccata dalla nostra realtà. Tutte le mie più grandi soddisfazioni le avevo avute a Milano dove sono stata accolta molto bene. Si dice spesso che la gente del Nord ha dei pregiudizi verso i meridionali. Non posso dire che ci sia stato alcun tipo di pregiudizio nei miei riguardi. Mi sono inserita con facilità; sono stata accolta con rispetto. Ho ricevuto,e mi è stato rinnovato per diversi anni, fino al pensionamento l’incarico di vice-preside in una scuola di 1200 allievi. E’ stato un fatto inconsueto che ha dimostrato che non c’erano pregiudizi nei miei confronti. Guardavano la persona e le sue manifestazioni nell’insegnamento. Per questo pensavo di essere ormai milanese. Come dicevo, sono tornata nel 2011 a Reggio per la presentazione di un mio libro, e mi sono talmente emozionata, commossa, che ho scritto una poesia che leggerò nel corso della cerimonia dell’Anassilaos. È intitolata “Ritorno a Reggio”, perché questo è stato un vero ritorno. Gli altri non lo sono stati perché legati a situazioni di salute dei miei: rimanevo quasi ininterrottamente chiusa in casa con loro; e ciò sarebbe potuto avvenire in qualsiasi altro posto. Credevo proprio di essere ormai definitivamente “ lontana” dalla Calabria. 
E’ stato nel 2011 che ho ritrovato le mie ‘radici’ scrivendo quella poesia. E da lì in poi ho sentito che qui volevo essere premiata. Qui volevo che mi conoscessero. Prima di morire voglio essere conosciuta qui, nella mia città. E quando morirò... ho dato già disposizioni di essere portata a Reggio e vorrei che la gente venisse alla mia tomba”.

Un attaccamento alla Calabria, che oggi le viene riconosciuto. Non pensa? 
“Nella mia terra sto ricevendo diversi premi. Quello dell’Anassiaos è tra quelli, assieme al Premio “Calogero”,  che  mi hanno commosso di più. Ma in questo c’è la soddisfazione di essere premiata oggi dal Segretario Questore del Consiglio regionale ,on. Giovanni Nucera, che tra l’altro è stato mio allievo quando insegnavo al Liceo “Da Vinci” di Reggio. C’è quindi anche un riconoscimento all’insegnante, oltre che al poeta. E’ una gran bella cosa. La terra da cui vengono le tue origini che accoglie il ‘figliol prodigo’ e riconosce i tuoi meriti. Si dice spesso “Nemo profeta in patria”. Nel mio caso non  sembra essere così. Per questo, ho apprezzato molto il “Calogero” e apprezzo moltissimo il premio “Mimosa” dell’Anassilaos; e all’apprezzamento, si aggiunge la soddisfazione di sapere che l’allievo di un tempo, che ho avuto il piacere di incontrare in questa occasione, svolge oggi importanti  incarichi istituzionali. È   come una poesia, che commuove”.

Carla Spinella cosa sogna di fare ‘da grande’? La Prof.ssa Spinella cosa sogna di fare “da grande”?
“Spero di pubblicare tutto quello che ho scritto in questi trent’anni. Inoltre dal 2012, dopo la pubblicazione di “Eva ostinata”, ho scritto tantissimo, incoraggiata dai riconoscimenti ricevuti con quel libro.(In particolare, il secondo posto nel concorso internazionale “Città di Bellizzi”, e il primo posto al Concorso nazionale di Poesia Edita  “Franza Kafka 2012” di Gorizia”).
Ribadisco: voglio pubblicare tutto quello che ho scritto perché non vada perduto. Vorrei che il mio nome restasse nella letteratura. È un’ambizione che non è dettata dalla vanità. Non mi interessa di essere famosa mentre son viva. Vorrei che il mio nome non scomparisse dopo la morte. Cosi come ci sono Leopardi e gli altri, vorrei che ci fosse Spinella.  E’ un obiettivo che  mi sta aiutando molto, perché mi dà  la forza per continuare a pubblicare. Mi dà la voglia di pubblicare, che non ho avuto nei trent’anni in cui ho scritto tutte queste cose. Vorrei anche cercare di finire i romanzi che ho lasciato in sospeso… anche se poi tutto finisce in poesia. Ecco, questo è un mio difetto: cerco di scrivere una prosa e mi vien fuori  una poesia. Capisco che la mia voce vuole parlare così”.

martedì 8 luglio 2014

Quarta silloge pubblicata: Di nuovo in volo



Poesie pubblicate

Presente nelle seguenti antologie: 
1)Testimonianze, Salerno 1972, curata da Italo Rocco e Mauro D'Ursi (9 poesie)
2)Testimonianze, Salerno 1974, curata da Italo Rocco e Mauro D'Ursi (11  poesie)
3)Città di Monza, Melegnano 2005, Montedit, ( 2 poesie)
4)Giallomilanese, Milano, 2011, ExCogita (1 racconto)
5)Città di Monza,  2012, Montedit (1 poesia)
6)Antologia poetica "Gaetano Cingari" 2013, Leonida Editore, (6 poesie)
7)L'Indice delle Esistenze, maggio 2013, Aletti Editore, (1 poesia)
8)Parole in fuga, giugno 2013, Aletti Editore, (1 poesia) 
9)Tra un fiore colto e l'altro donato, Aletti Editore, luglio 2013, (1 poesia)
10)Tempi d'Europa, Milano, La Vita Felice, ottobre 2013  1 poesia in lingua greco-calabra e la corrispondente poesia in traduzione
11) Zefiro, Aletti Editore, aprile 2014, (15 poesie)
12) Antologia internazionale "Città Di Bellizzi" maggio 2014 (1 poesia)

domenica 9 dicembre 2012

Eva Ostinata: recensione di Rita Mascialino

Carla Spinella – Eva ostinata. Milano: La Vita Felice, 2011. Prefazione di Luciano Aguzzi.
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® II Edizione 2012, Sezione Poesia, Primo Premio.

Recensione di Rita Mascialino.
Presidente del Premio e della Giuria

La raccolta di poesie di Carla Spinella Eva ostinata con prefazione di Luciano Aguzzi si articola in cinque parti dai seguenti sottotitoli indicativi delle atmosfere interiori cui si possono richiamare i componimenti che fanno capo a ciascuna parte: Le voci sepolte, Eva ostinata, Il dono tradito, L’ultima lacrima, Versi in concerto.

Ogni poesia di Carla Spinella rappresenta un mondo compiuto che meriterebbe un’analisi specifica, ciò che in una recensione di taglio complessivo, come lo sono recensioni di intere opere, non è possibile attuare. Verrà quindi accennato solo a qualche Leitmotiv più significativo tra gli altri.

Vorrei premettere un riferimento ad un altro grande poeta, a Friedrich Hölderlin che aveva fatto della poesia la sua ragione di vita e che ha qualche importante punto di contatto con la poesia di Carla Spinella. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come uomo e come vero poeta, è anche la meta dell’Autrice, la meta che essa intuitivamente - non intellettualisticamente permanendo essa sempre entro le coordinate immaginifiche connotanti il linguaggio poetico – pone ai vertici della sua ricerca creativa di estrarre e suggerire i significati più profondi della vita.  La parola poetica è per la poetessa in primo luogo parola che evoca, al livello più originario possibile, il mondo filtrato dalla propria visione, come emozione di fronte alla vita, in una parola: come significato.

Uno dei grandi temi affrontati poeticamente dall’Autrice – nonché, per continuare con la citazione di cui sopra, anche e soprattutto da Hölderlin tra gli altri poeti – è quello della memoria, dei ricordi delle esperienze trascorse, i quali stanno alla base del mondo psichico di ciascun essere vivente; è il ricordo come esperienza psicologica complessa che può dare una compiutezza semantico-emozionale al senso della vita. Questo è il tema per eccellenza nell’Autrice, al quale si agganciano altri grandi temi, primo fra tutti l’esperienza dell’amore, ma anche quella della morte, della fine di ogni cosa, della fine dei ricordi e con essi del collante che tiene insieme la nostra individualità, così ci dice la poesia di Carla Spinella.

La parte iniziale Le voci sepolte esce dal profondo, là dove i ricordi come custodi del tempo trascorso giacciono difficili da dissotterrare e portare alla luce, non sempre belli ovviamente, spesso recanti i segni che la spazialità coatta della loro sotterranea prigionia porta con sé inevitabilmente. Di impatto particolarmente doloroso appunto, come è esplicito nel testo, è il riferimento alla sepoltura comprensivo del contenuto della stessa: ad essere sepolte sono le voci, ciò che implica che ci siano dei sepolti vivi,  la cui voce appunto chiede liberazione. Sono di fatto le voci delle esperienze passate, delle emozioni, delle speranze, delle illusioni e delle delusioni, le voci dei ricordi ad essere sepolte e a voler uscire dalla metaforica tomba, registrazioni di esperienze non forse appaganti come si sarebbe voluto e allora rimosse, rinchiuse onde evitare che siano fonte di disturbo nel presente, o cadute in obsolescenza, come è il destino di tutto ciò che nel quotidiano non serve più o viene creduto ormai inservibile. La poetessa è in cerca del suo tempo, proprio di quello restato fermo, trattenuto in qualche evento che non riesce ad evolvere in altro appunto perché sepolto, non richiamato in vita dalla consapevolezza. In questo viaggio costante nel passato l’Autrice vorrebbe giungere là dove “il tempo ricama merletti”, ossia dove il tempo non si è fermato in una rigidità lontana da ogni vita e le esperienze vengono al contrario elaborate a livello di ricordi che evolvono, che si completano in nuove esperienze, che si arricchiscono di nuovi contesti in cui ricevono nuova veste ricamata finemente come lo sono i ricordi che vengono rivisitati da una personalità in evoluzione continua, che ottengono nuova luce, nuovo colore, nuovo timbro. Ma ciò che non di rado la poetessa trova nella sua ricerca sono i fantasmi dell’orrida notte, immagini d’angoscia che si muovono fra lo stridio dei gabbiani, ovvero tra voci non modulate in armonia, ma che disturbano quasi grida stonate, strozzate nella gola. così che resta l’attesa della luce perché fughi i fantasmi, i frutti non estetici della ricerca del tempo passato, i ricordi non positivi, in agguato per ferire secondo la motivazione di tutti gli agguati, i ricordi che non si sono evoluti in più armoniosa compostezza. Tuttavia la poetessa non si lascia distogliere dalla sua meta esigente e la sua ricerca nel passato continua, nella volontà di comprendere e di rivivere, di non perdere le esperienze, bensì di elaborarle fino a che si fondano nella personalità come equilibrio di accordi nella più ampia sinestesia.

In Eva ostinata, la parte che dà il titolo all’intera raccolta, Eva è “snaturata da sovrapposte rinunce e balenanti rivolte” nelle quali la Spinella sintetizza molto liricamente la terribile storia della donna, che resta sola quando la bellezza sfiorisce e, non può essere altrimenti, gravata da una “tristezza travestita di passato, di perdite e rimpianti”. Tuttavia anche in questa non lieta solitudine, che rende pesante da sopportare l’esistere, Eva, colei che dà la vita, nutre speranza, si ostina ad amare la vita e a sperare di vedere danzare i colori che essa può offrire, a voler vedere il bello che da essa può provenire. Così nell’elaborazione della lirica Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, in È già sera Eva, mentre la meta ambita, fatta di amore e di bellezza, si fa sempre più lontana e oscura, irraggiungibile, avanza ostinatamente perché capace di vedere anche la più debole luce, la luce di una piccola stella in spazi remoti; ed è memore del fatto che l’alba foriera del giorno tornerà a dissipare le ombre facendo esplodere la vita che, seppure “troppo ferisce”, rinnova la speranza, l’entusiasmo, la fiducia nei sogni che la fantasia reca con sé. E i sogni sono sempre in Carla Spinella la chiave straordinaria che apre le porte al nuovo, alla sorpresa, alla creatività, ancora con l’indimenticabile Hölderlin, per il quale l’uomo è un dio quando sogna e un servo quando riflette.

Nella terza parte Il dono tradito (La poesia) la ricerca della parola che dia forza e coesione ai significati, che realizzi l’esigenza della massima significazione possibile e impedisca al sogno di indebolirsi, si fa implacabile e capace di accogliere la delusione. Il poeta diviene colui che “impasta colori di sogni e di scavati ricordi” – entrambi provenienti dalle oscurità più inconsce, più sepolte –, colui che vede senza guardare, perché con gli occhi allenati a cogliere i mondi interiori, e non ha paura delle angosce che abitano quei mondi, colui che ha ingresso privilegiato nei più reconditi anfratti della personalità umana. Ma la vita con il suo procedere inarrestabile e veloce alla fine travolge anche il poeta, la cui voce resta abbandonata nel pozzo oscuro della dimenticanza, e viene sepolta malgrado abbia cantato le ricchezze della vita, voce che, nell’oblio in cui può cadere a causa di un’umanità disattenta, può diventare una monade che divora se stessa, privata del suo contatto con gli altri, così che il dono della poesia viene in qualche modo tradito in una esperienza di vita che nulla risparmia. Anche la poesia e la sua ricerca di significato è allora creazione e ricerca inutile? Certamente no. Nei tradimenti c’è qualcuno che tradisce qualcun altro. Nel caso della poesia, Il dono tradito, chi tradisce non è il poeta, è invece colui che non si occupa di poesia, che l’abbandona all’oblio lasciando  languire la voce del poeta che si ritrova sepolta là da dove ha avuto origine, nel profondo, nell’oscurità delle sensazioni inconsce che stanno a monte della più ricca e creativa consapevolezza.

Nella quarta parte L’ultima lacrima otto componimenti sono dedicati alla madre morta, quattro alla sorella uno al padre, altri a persone morte anch’esse. La prima poesia, che introduce la sezione, è dedicata alla morte che è prigione insensata, foglia che si sgretola, vento intrigante, voce suggestiva che chiama, languidamente quanto inesorabilmente, a sé, anche dolce ritorno alle origini, pace di un sonno eterno, dove ogni tempesta cessa dissolvendo la vita in pura luce. Malgrado dunque la tristezza della morte nella sua funzione di chiusura definitiva della vita, alla fine coloro che non ci sono più vengono comunque ad essere in qualche modo, in un modo nuovo, meno umano di prima, costituito di pura luce. E la luce conserva sempre, anche in questo tragico frangente, una sua positività che le compete in qualità di più bel fenomeno della natura: la luminosità è un elemento non solo necessario alla vita, ma fondamentale al  sviluppo, alla continuazione del suo percorso che sfocia appunto nella luce, una luce che la poetessa vede splendente anche per l’apporto delle persone che non sono più.

Dalla luce della fine si passa, a conclusione della raccolta, ai Versi in concerto, dal titolo dell’ultima sezione, la più breve. Questa è ancora dedicata alla poesia come dice già il suo titolo, una poesia che però è diventata pura armonia sinestesica di suoni e di parole, di significati, di sensazioni e di emozioni, il tutto non più creato nella solitudine del poeta, dell’artista, ma divenuto evento corale della vita o “grido gioioso d’amore che colma e consuma”. Anche qui i sogni e la memoria sono al centro della creatività artistica. Ogni parola, ogni sentimento evocato, ogni piega psicologica espressa liricamente, tutto fluisce verso il canto più puro, sciolto dagli avvenimenti contingenti quali che siano all’origine dell’effusione del cuore. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come uomo e come poeta, è anche la meta della poetessa Carla Spinella, la meta che intuitivamente essa pone ai vertici della sua ricerca creativa finalizzata in primo luogo ad estrarre i significati più profondi della vita, a dare il significato più profondo alla vita. La parola poetica è per l’Autrice eminentemente parola che esprime e chiarisce nel profondo più immaginifico del linguaggio il mondo filtrato dalla propria personalità per sé e per gli altri, a livello corale, appunto, di concerto.

Per terminare la breve presentazione con un’immagine dell’Autrice, all’umanità la poesia concede il massimo possibile, “sprazzi di memoria”, che sono tanto più importanti quanto più fuggenti e difficilmente afferrabili, ma appunto, a questo serve, come ci dice nel suo canto Carla Spinella, la poesia.

Rita Mascialino



domenica 2 dicembre 2012

Eva ostinata: recensione di Pietro Ciacci

Segrate 19 maggio 2012


Commento al libro “EVA OSTINATA”
Della poetessa Carla Spinella
Con prefazione di Luciano Aguzzi


È da alcuni mesi che ho questo libro. Mi è stato dato dall’autrice la sera del 16 dicembre 2011, in occasione della cena di fine anno dei  Marchigiani ed Umbri di Milano.
Seduti al mio tavolo c’erano appunto sia la poetessa, Carla Spinella sia il prof. Aguzzi, che, in quell’occasione, presentavano il volume di poesie in oggetto.

Ho letto di un fiato la prefazione e le poesie
Il mio commento si riferisce a quelle centrali, raccolte sotto i titolo che ha dato nome al libro, Eva Ostinata, più una delle ultime dal titolo “Ascolto fremente”.
Do evidentemente una mia personale interpretazione, lontana dal rigore critico e lessicale con cui l’amico Luciano Aguzzi ha competentemente scritto nella prefazione.
Ho potuto leggere di una donna che esplode nella sua femminilità in età adulta, quando riesce a liberarsi di una educazione morale, rigidamente impartita soprattutto alle femmine, frutto di una famiglia medio-borghese di una provincia della Calabria, forse tra le ultime regioni ad aver mantenuto quel rigore –moralistico che voleva la donna, sì madre, ma ignara della vitalità, dell’ardore, della passione, che la sessualità, anche femminile, se lasciata libera, trasuda dalla sua stessa essenza.
Ma, come spesso accade, l’età, la vita fuori da quell’ambiente involontariamente stretto ed inconsapevolmente opprimente, non negato, ma riconosciuto consciamente per quel che era, porta, con il passare del tempo, a prenderne con consapevolezza le distanze.
Con la maturità di chi vive liberato da quei legacci giovanili, pronta a vivere finalmente la propria umanità per quello che è, non nel rigetto del passato, ma con la serenità di chi finalmente può esprimere ciò che la vita, nell’essere donna, le ha chiesto di vivere, il suo essere EVA.
La maternità, naturale completamento a cui l’autrice, come donna, è approdata, non è certamente un fine, se pure un approdo significativamente importante, ma un ulteriore passo per affermare chi davvero lei sia, una volta liberata da quei veli che volevano offuscare, o meglio nascondere i suoi impulsi naturali.
Ma la serenità con cui giunge a tale conclusione la fanno matura e consapevole di ciò che la sua persona è ancora in grado di dare: niente è perduto, la vita è ancora lontana dalla sua naturale conclusione e l’Eva, che mai l’ha abbandonata, Ostinatamente può venire fuori a ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, il suo ruolo, la sua visibilità,  la sua presenza, della quale anche noi lettori dobbiamo prendere atto.
Eva va ascoltata. Per troppo tempo è stata negata la sua essenza, le è stato imposto di non parlare,e lei si è, non solo trascurata, peggio negata. Ma Ostinatamente è rimasta in vita, non si è arresa, né è esplosa in un modo incontrollato ed irragionevole che l’avrebbe portata a perdere quanto di positivo voleva, e doveva, affermare, cioè a passare dalla parte del torto. Ha invece atteso il momento opportuno, con la calma di chi è conscio che la ragione prima o dopo viene a  galla, con la serenità che l’attesa si sarebbe trasformata in vittoria.
E la vittoria è arrivata, lontana dai clamori che rendono futili le cose, come fuochi di paglia il cui bagliore dura il tempo di un respiro, lasciando il niente dietro di sé, neanche un pugno di cenere a ricordo di quel che c’è stato.
La maturità, la maternità hanno permesso ad Eva, se pur in ritardo, di aggiungere la creatività poetica alla maternità naturale di cui dovrebbe essere complemento e completamento; di far venir fuori decisamente, ma non traumaticamente, la propria femminilità, oserei dire la propria sessualità; le proprie esigenze, le proprie necessità, le proprie capacità di dare e ricevere che stanno alla base del ruolo che Eva ostinatamente vuole, ma sarebbe meglio dire, deve, ribadire.
E Carla le ribadisce con la poesia, attraverso la quale fa sgorgare dal proprio io questa femminilità che sentiva oppressa al suo interno, inespressa, finché l’Eva che aveva in sé, Ostinatamente non è venuta fuori, aiutandola ad affermare, nei versi, il suo essere donna.
Carla non solo racconta il presente di persona matura e consapevole, ma ricorda con un velo di  nostalgia, l’Eva dei suoi venti anni, assopita per l’educazione  ricevuta, ma fremente ed esplosiva nella sua istintività che mai l’ha abbandonata.

Mi piace terminare queste poche considerazioni con le parole della poesia
 Ascolto fremente
.............................
……………………
Ho vent’anni
la chioma dorata
e la figura sottile
s’adatta al braccio
avvolgente.

Rigenera il fiore
appassito fresca
linfa d’amore

E più nulla s’oppone
alla vita che esplode.



Pietro Ciacci