domenica 9 dicembre 2012

Eva Ostinata: recensione di Rita Mascialino

Carla Spinella – Eva ostinata. Milano: La Vita Felice, 2011. Prefazione di Luciano Aguzzi.
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® II Edizione 2012, Sezione Poesia, Primo Premio.

Recensione di Rita Mascialino.
Presidente del Premio e della Giuria

La raccolta di poesie di Carla Spinella Eva ostinata con prefazione di Luciano Aguzzi si articola in cinque parti dai seguenti sottotitoli indicativi delle atmosfere interiori cui si possono richiamare i componimenti che fanno capo a ciascuna parte: Le voci sepolte, Eva ostinata, Il dono tradito, L’ultima lacrima, Versi in concerto.

Ogni poesia di Carla Spinella rappresenta un mondo compiuto che meriterebbe un’analisi specifica, ciò che in una recensione di taglio complessivo, come lo sono recensioni di intere opere, non è possibile attuare. Verrà quindi accennato solo a qualche Leitmotiv più significativo tra gli altri.

Vorrei premettere un riferimento ad un altro grande poeta, a Friedrich Hölderlin che aveva fatto della poesia la sua ragione di vita e che ha qualche importante punto di contatto con la poesia di Carla Spinella. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come uomo e come vero poeta, è anche la meta dell’Autrice, la meta che essa intuitivamente - non intellettualisticamente permanendo essa sempre entro le coordinate immaginifiche connotanti il linguaggio poetico – pone ai vertici della sua ricerca creativa di estrarre e suggerire i significati più profondi della vita.  La parola poetica è per la poetessa in primo luogo parola che evoca, al livello più originario possibile, il mondo filtrato dalla propria visione, come emozione di fronte alla vita, in una parola: come significato.

Uno dei grandi temi affrontati poeticamente dall’Autrice – nonché, per continuare con la citazione di cui sopra, anche e soprattutto da Hölderlin tra gli altri poeti – è quello della memoria, dei ricordi delle esperienze trascorse, i quali stanno alla base del mondo psichico di ciascun essere vivente; è il ricordo come esperienza psicologica complessa che può dare una compiutezza semantico-emozionale al senso della vita. Questo è il tema per eccellenza nell’Autrice, al quale si agganciano altri grandi temi, primo fra tutti l’esperienza dell’amore, ma anche quella della morte, della fine di ogni cosa, della fine dei ricordi e con essi del collante che tiene insieme la nostra individualità, così ci dice la poesia di Carla Spinella.

La parte iniziale Le voci sepolte esce dal profondo, là dove i ricordi come custodi del tempo trascorso giacciono difficili da dissotterrare e portare alla luce, non sempre belli ovviamente, spesso recanti i segni che la spazialità coatta della loro sotterranea prigionia porta con sé inevitabilmente. Di impatto particolarmente doloroso appunto, come è esplicito nel testo, è il riferimento alla sepoltura comprensivo del contenuto della stessa: ad essere sepolte sono le voci, ciò che implica che ci siano dei sepolti vivi,  la cui voce appunto chiede liberazione. Sono di fatto le voci delle esperienze passate, delle emozioni, delle speranze, delle illusioni e delle delusioni, le voci dei ricordi ad essere sepolte e a voler uscire dalla metaforica tomba, registrazioni di esperienze non forse appaganti come si sarebbe voluto e allora rimosse, rinchiuse onde evitare che siano fonte di disturbo nel presente, o cadute in obsolescenza, come è il destino di tutto ciò che nel quotidiano non serve più o viene creduto ormai inservibile. La poetessa è in cerca del suo tempo, proprio di quello restato fermo, trattenuto in qualche evento che non riesce ad evolvere in altro appunto perché sepolto, non richiamato in vita dalla consapevolezza. In questo viaggio costante nel passato l’Autrice vorrebbe giungere là dove “il tempo ricama merletti”, ossia dove il tempo non si è fermato in una rigidità lontana da ogni vita e le esperienze vengono al contrario elaborate a livello di ricordi che evolvono, che si completano in nuove esperienze, che si arricchiscono di nuovi contesti in cui ricevono nuova veste ricamata finemente come lo sono i ricordi che vengono rivisitati da una personalità in evoluzione continua, che ottengono nuova luce, nuovo colore, nuovo timbro. Ma ciò che non di rado la poetessa trova nella sua ricerca sono i fantasmi dell’orrida notte, immagini d’angoscia che si muovono fra lo stridio dei gabbiani, ovvero tra voci non modulate in armonia, ma che disturbano quasi grida stonate, strozzate nella gola. così che resta l’attesa della luce perché fughi i fantasmi, i frutti non estetici della ricerca del tempo passato, i ricordi non positivi, in agguato per ferire secondo la motivazione di tutti gli agguati, i ricordi che non si sono evoluti in più armoniosa compostezza. Tuttavia la poetessa non si lascia distogliere dalla sua meta esigente e la sua ricerca nel passato continua, nella volontà di comprendere e di rivivere, di non perdere le esperienze, bensì di elaborarle fino a che si fondano nella personalità come equilibrio di accordi nella più ampia sinestesia.

In Eva ostinata, la parte che dà il titolo all’intera raccolta, Eva è “snaturata da sovrapposte rinunce e balenanti rivolte” nelle quali la Spinella sintetizza molto liricamente la terribile storia della donna, che resta sola quando la bellezza sfiorisce e, non può essere altrimenti, gravata da una “tristezza travestita di passato, di perdite e rimpianti”. Tuttavia anche in questa non lieta solitudine, che rende pesante da sopportare l’esistere, Eva, colei che dà la vita, nutre speranza, si ostina ad amare la vita e a sperare di vedere danzare i colori che essa può offrire, a voler vedere il bello che da essa può provenire. Così nell’elaborazione della lirica Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, in È già sera Eva, mentre la meta ambita, fatta di amore e di bellezza, si fa sempre più lontana e oscura, irraggiungibile, avanza ostinatamente perché capace di vedere anche la più debole luce, la luce di una piccola stella in spazi remoti; ed è memore del fatto che l’alba foriera del giorno tornerà a dissipare le ombre facendo esplodere la vita che, seppure “troppo ferisce”, rinnova la speranza, l’entusiasmo, la fiducia nei sogni che la fantasia reca con sé. E i sogni sono sempre in Carla Spinella la chiave straordinaria che apre le porte al nuovo, alla sorpresa, alla creatività, ancora con l’indimenticabile Hölderlin, per il quale l’uomo è un dio quando sogna e un servo quando riflette.

Nella terza parte Il dono tradito (La poesia) la ricerca della parola che dia forza e coesione ai significati, che realizzi l’esigenza della massima significazione possibile e impedisca al sogno di indebolirsi, si fa implacabile e capace di accogliere la delusione. Il poeta diviene colui che “impasta colori di sogni e di scavati ricordi” – entrambi provenienti dalle oscurità più inconsce, più sepolte –, colui che vede senza guardare, perché con gli occhi allenati a cogliere i mondi interiori, e non ha paura delle angosce che abitano quei mondi, colui che ha ingresso privilegiato nei più reconditi anfratti della personalità umana. Ma la vita con il suo procedere inarrestabile e veloce alla fine travolge anche il poeta, la cui voce resta abbandonata nel pozzo oscuro della dimenticanza, e viene sepolta malgrado abbia cantato le ricchezze della vita, voce che, nell’oblio in cui può cadere a causa di un’umanità disattenta, può diventare una monade che divora se stessa, privata del suo contatto con gli altri, così che il dono della poesia viene in qualche modo tradito in una esperienza di vita che nulla risparmia. Anche la poesia e la sua ricerca di significato è allora creazione e ricerca inutile? Certamente no. Nei tradimenti c’è qualcuno che tradisce qualcun altro. Nel caso della poesia, Il dono tradito, chi tradisce non è il poeta, è invece colui che non si occupa di poesia, che l’abbandona all’oblio lasciando  languire la voce del poeta che si ritrova sepolta là da dove ha avuto origine, nel profondo, nell’oscurità delle sensazioni inconsce che stanno a monte della più ricca e creativa consapevolezza.

Nella quarta parte L’ultima lacrima otto componimenti sono dedicati alla madre morta, quattro alla sorella uno al padre, altri a persone morte anch’esse. La prima poesia, che introduce la sezione, è dedicata alla morte che è prigione insensata, foglia che si sgretola, vento intrigante, voce suggestiva che chiama, languidamente quanto inesorabilmente, a sé, anche dolce ritorno alle origini, pace di un sonno eterno, dove ogni tempesta cessa dissolvendo la vita in pura luce. Malgrado dunque la tristezza della morte nella sua funzione di chiusura definitiva della vita, alla fine coloro che non ci sono più vengono comunque ad essere in qualche modo, in un modo nuovo, meno umano di prima, costituito di pura luce. E la luce conserva sempre, anche in questo tragico frangente, una sua positività che le compete in qualità di più bel fenomeno della natura: la luminosità è un elemento non solo necessario alla vita, ma fondamentale al  sviluppo, alla continuazione del suo percorso che sfocia appunto nella luce, una luce che la poetessa vede splendente anche per l’apporto delle persone che non sono più.

Dalla luce della fine si passa, a conclusione della raccolta, ai Versi in concerto, dal titolo dell’ultima sezione, la più breve. Questa è ancora dedicata alla poesia come dice già il suo titolo, una poesia che però è diventata pura armonia sinestesica di suoni e di parole, di significati, di sensazioni e di emozioni, il tutto non più creato nella solitudine del poeta, dell’artista, ma divenuto evento corale della vita o “grido gioioso d’amore che colma e consuma”. Anche qui i sogni e la memoria sono al centro della creatività artistica. Ogni parola, ogni sentimento evocato, ogni piega psicologica espressa liricamente, tutto fluisce verso il canto più puro, sciolto dagli avvenimenti contingenti quali che siano all’origine dell’effusione del cuore. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come uomo e come poeta, è anche la meta della poetessa Carla Spinella, la meta che intuitivamente essa pone ai vertici della sua ricerca creativa finalizzata in primo luogo ad estrarre i significati più profondi della vita, a dare il significato più profondo alla vita. La parola poetica è per l’Autrice eminentemente parola che esprime e chiarisce nel profondo più immaginifico del linguaggio il mondo filtrato dalla propria personalità per sé e per gli altri, a livello corale, appunto, di concerto.

Per terminare la breve presentazione con un’immagine dell’Autrice, all’umanità la poesia concede il massimo possibile, “sprazzi di memoria”, che sono tanto più importanti quanto più fuggenti e difficilmente afferrabili, ma appunto, a questo serve, come ci dice nel suo canto Carla Spinella, la poesia.

Rita Mascialino



Nessun commento:

Posta un commento