domenica 9 dicembre 2012

Eva Ostinata: recensione di Rita Mascialino

Carla Spinella – Eva ostinata. Milano: La Vita Felice, 2011. Prefazione di Luciano Aguzzi.
PREMIO FRANZ KAFKA ITALIA ® II Edizione 2012, Sezione Poesia, Primo Premio.

Recensione di Rita Mascialino.
Presidente del Premio e della Giuria

La raccolta di poesie di Carla Spinella Eva ostinata con prefazione di Luciano Aguzzi si articola in cinque parti dai seguenti sottotitoli indicativi delle atmosfere interiori cui si possono richiamare i componimenti che fanno capo a ciascuna parte: Le voci sepolte, Eva ostinata, Il dono tradito, L’ultima lacrima, Versi in concerto.

Ogni poesia di Carla Spinella rappresenta un mondo compiuto che meriterebbe un’analisi specifica, ciò che in una recensione di taglio complessivo, come lo sono recensioni di intere opere, non è possibile attuare. Verrà quindi accennato solo a qualche Leitmotiv più significativo tra gli altri.

Vorrei premettere un riferimento ad un altro grande poeta, a Friedrich Hölderlin che aveva fatto della poesia la sua ragione di vita e che ha qualche importante punto di contatto con la poesia di Carla Spinella. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come uomo e come vero poeta, è anche la meta dell’Autrice, la meta che essa intuitivamente - non intellettualisticamente permanendo essa sempre entro le coordinate immaginifiche connotanti il linguaggio poetico – pone ai vertici della sua ricerca creativa di estrarre e suggerire i significati più profondi della vita.  La parola poetica è per la poetessa in primo luogo parola che evoca, al livello più originario possibile, il mondo filtrato dalla propria visione, come emozione di fronte alla vita, in una parola: come significato.

Uno dei grandi temi affrontati poeticamente dall’Autrice – nonché, per continuare con la citazione di cui sopra, anche e soprattutto da Hölderlin tra gli altri poeti – è quello della memoria, dei ricordi delle esperienze trascorse, i quali stanno alla base del mondo psichico di ciascun essere vivente; è il ricordo come esperienza psicologica complessa che può dare una compiutezza semantico-emozionale al senso della vita. Questo è il tema per eccellenza nell’Autrice, al quale si agganciano altri grandi temi, primo fra tutti l’esperienza dell’amore, ma anche quella della morte, della fine di ogni cosa, della fine dei ricordi e con essi del collante che tiene insieme la nostra individualità, così ci dice la poesia di Carla Spinella.

La parte iniziale Le voci sepolte esce dal profondo, là dove i ricordi come custodi del tempo trascorso giacciono difficili da dissotterrare e portare alla luce, non sempre belli ovviamente, spesso recanti i segni che la spazialità coatta della loro sotterranea prigionia porta con sé inevitabilmente. Di impatto particolarmente doloroso appunto, come è esplicito nel testo, è il riferimento alla sepoltura comprensivo del contenuto della stessa: ad essere sepolte sono le voci, ciò che implica che ci siano dei sepolti vivi,  la cui voce appunto chiede liberazione. Sono di fatto le voci delle esperienze passate, delle emozioni, delle speranze, delle illusioni e delle delusioni, le voci dei ricordi ad essere sepolte e a voler uscire dalla metaforica tomba, registrazioni di esperienze non forse appaganti come si sarebbe voluto e allora rimosse, rinchiuse onde evitare che siano fonte di disturbo nel presente, o cadute in obsolescenza, come è il destino di tutto ciò che nel quotidiano non serve più o viene creduto ormai inservibile. La poetessa è in cerca del suo tempo, proprio di quello restato fermo, trattenuto in qualche evento che non riesce ad evolvere in altro appunto perché sepolto, non richiamato in vita dalla consapevolezza. In questo viaggio costante nel passato l’Autrice vorrebbe giungere là dove “il tempo ricama merletti”, ossia dove il tempo non si è fermato in una rigidità lontana da ogni vita e le esperienze vengono al contrario elaborate a livello di ricordi che evolvono, che si completano in nuove esperienze, che si arricchiscono di nuovi contesti in cui ricevono nuova veste ricamata finemente come lo sono i ricordi che vengono rivisitati da una personalità in evoluzione continua, che ottengono nuova luce, nuovo colore, nuovo timbro. Ma ciò che non di rado la poetessa trova nella sua ricerca sono i fantasmi dell’orrida notte, immagini d’angoscia che si muovono fra lo stridio dei gabbiani, ovvero tra voci non modulate in armonia, ma che disturbano quasi grida stonate, strozzate nella gola. così che resta l’attesa della luce perché fughi i fantasmi, i frutti non estetici della ricerca del tempo passato, i ricordi non positivi, in agguato per ferire secondo la motivazione di tutti gli agguati, i ricordi che non si sono evoluti in più armoniosa compostezza. Tuttavia la poetessa non si lascia distogliere dalla sua meta esigente e la sua ricerca nel passato continua, nella volontà di comprendere e di rivivere, di non perdere le esperienze, bensì di elaborarle fino a che si fondano nella personalità come equilibrio di accordi nella più ampia sinestesia.

In Eva ostinata, la parte che dà il titolo all’intera raccolta, Eva è “snaturata da sovrapposte rinunce e balenanti rivolte” nelle quali la Spinella sintetizza molto liricamente la terribile storia della donna, che resta sola quando la bellezza sfiorisce e, non può essere altrimenti, gravata da una “tristezza travestita di passato, di perdite e rimpianti”. Tuttavia anche in questa non lieta solitudine, che rende pesante da sopportare l’esistere, Eva, colei che dà la vita, nutre speranza, si ostina ad amare la vita e a sperare di vedere danzare i colori che essa può offrire, a voler vedere il bello che da essa può provenire. Così nell’elaborazione della lirica Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, in È già sera Eva, mentre la meta ambita, fatta di amore e di bellezza, si fa sempre più lontana e oscura, irraggiungibile, avanza ostinatamente perché capace di vedere anche la più debole luce, la luce di una piccola stella in spazi remoti; ed è memore del fatto che l’alba foriera del giorno tornerà a dissipare le ombre facendo esplodere la vita che, seppure “troppo ferisce”, rinnova la speranza, l’entusiasmo, la fiducia nei sogni che la fantasia reca con sé. E i sogni sono sempre in Carla Spinella la chiave straordinaria che apre le porte al nuovo, alla sorpresa, alla creatività, ancora con l’indimenticabile Hölderlin, per il quale l’uomo è un dio quando sogna e un servo quando riflette.

Nella terza parte Il dono tradito (La poesia) la ricerca della parola che dia forza e coesione ai significati, che realizzi l’esigenza della massima significazione possibile e impedisca al sogno di indebolirsi, si fa implacabile e capace di accogliere la delusione. Il poeta diviene colui che “impasta colori di sogni e di scavati ricordi” – entrambi provenienti dalle oscurità più inconsce, più sepolte –, colui che vede senza guardare, perché con gli occhi allenati a cogliere i mondi interiori, e non ha paura delle angosce che abitano quei mondi, colui che ha ingresso privilegiato nei più reconditi anfratti della personalità umana. Ma la vita con il suo procedere inarrestabile e veloce alla fine travolge anche il poeta, la cui voce resta abbandonata nel pozzo oscuro della dimenticanza, e viene sepolta malgrado abbia cantato le ricchezze della vita, voce che, nell’oblio in cui può cadere a causa di un’umanità disattenta, può diventare una monade che divora se stessa, privata del suo contatto con gli altri, così che il dono della poesia viene in qualche modo tradito in una esperienza di vita che nulla risparmia. Anche la poesia e la sua ricerca di significato è allora creazione e ricerca inutile? Certamente no. Nei tradimenti c’è qualcuno che tradisce qualcun altro. Nel caso della poesia, Il dono tradito, chi tradisce non è il poeta, è invece colui che non si occupa di poesia, che l’abbandona all’oblio lasciando  languire la voce del poeta che si ritrova sepolta là da dove ha avuto origine, nel profondo, nell’oscurità delle sensazioni inconsce che stanno a monte della più ricca e creativa consapevolezza.

Nella quarta parte L’ultima lacrima otto componimenti sono dedicati alla madre morta, quattro alla sorella uno al padre, altri a persone morte anch’esse. La prima poesia, che introduce la sezione, è dedicata alla morte che è prigione insensata, foglia che si sgretola, vento intrigante, voce suggestiva che chiama, languidamente quanto inesorabilmente, a sé, anche dolce ritorno alle origini, pace di un sonno eterno, dove ogni tempesta cessa dissolvendo la vita in pura luce. Malgrado dunque la tristezza della morte nella sua funzione di chiusura definitiva della vita, alla fine coloro che non ci sono più vengono comunque ad essere in qualche modo, in un modo nuovo, meno umano di prima, costituito di pura luce. E la luce conserva sempre, anche in questo tragico frangente, una sua positività che le compete in qualità di più bel fenomeno della natura: la luminosità è un elemento non solo necessario alla vita, ma fondamentale al  sviluppo, alla continuazione del suo percorso che sfocia appunto nella luce, una luce che la poetessa vede splendente anche per l’apporto delle persone che non sono più.

Dalla luce della fine si passa, a conclusione della raccolta, ai Versi in concerto, dal titolo dell’ultima sezione, la più breve. Questa è ancora dedicata alla poesia come dice già il suo titolo, una poesia che però è diventata pura armonia sinestesica di suoni e di parole, di significati, di sensazioni e di emozioni, il tutto non più creato nella solitudine del poeta, dell’artista, ma divenuto evento corale della vita o “grido gioioso d’amore che colma e consuma”. Anche qui i sogni e la memoria sono al centro della creatività artistica. Ogni parola, ogni sentimento evocato, ogni piega psicologica espressa liricamente, tutto fluisce verso il canto più puro, sciolto dagli avvenimenti contingenti quali che siano all’origine dell’effusione del cuore. Il verso, la parola poetica che Friedrich Hölderlin nella sua lirica An die Parzen poneva come meta suprema della sua esistenza come uomo e come poeta, è anche la meta della poetessa Carla Spinella, la meta che intuitivamente essa pone ai vertici della sua ricerca creativa finalizzata in primo luogo ad estrarre i significati più profondi della vita, a dare il significato più profondo alla vita. La parola poetica è per l’Autrice eminentemente parola che esprime e chiarisce nel profondo più immaginifico del linguaggio il mondo filtrato dalla propria personalità per sé e per gli altri, a livello corale, appunto, di concerto.

Per terminare la breve presentazione con un’immagine dell’Autrice, all’umanità la poesia concede il massimo possibile, “sprazzi di memoria”, che sono tanto più importanti quanto più fuggenti e difficilmente afferrabili, ma appunto, a questo serve, come ci dice nel suo canto Carla Spinella, la poesia.

Rita Mascialino



domenica 2 dicembre 2012

Eva ostinata: recensione di Pietro Ciacci

Segrate 19 maggio 2012


Commento al libro “EVA OSTINATA”
Della poetessa Carla Spinella
Con prefazione di Luciano Aguzzi


È da alcuni mesi che ho questo libro. Mi è stato dato dall’autrice la sera del 16 dicembre 2011, in occasione della cena di fine anno dei  Marchigiani ed Umbri di Milano.
Seduti al mio tavolo c’erano appunto sia la poetessa, Carla Spinella sia il prof. Aguzzi, che, in quell’occasione, presentavano il volume di poesie in oggetto.

Ho letto di un fiato la prefazione e le poesie
Il mio commento si riferisce a quelle centrali, raccolte sotto i titolo che ha dato nome al libro, Eva Ostinata, più una delle ultime dal titolo “Ascolto fremente”.
Do evidentemente una mia personale interpretazione, lontana dal rigore critico e lessicale con cui l’amico Luciano Aguzzi ha competentemente scritto nella prefazione.
Ho potuto leggere di una donna che esplode nella sua femminilità in età adulta, quando riesce a liberarsi di una educazione morale, rigidamente impartita soprattutto alle femmine, frutto di una famiglia medio-borghese di una provincia della Calabria, forse tra le ultime regioni ad aver mantenuto quel rigore –moralistico che voleva la donna, sì madre, ma ignara della vitalità, dell’ardore, della passione, che la sessualità, anche femminile, se lasciata libera, trasuda dalla sua stessa essenza.
Ma, come spesso accade, l’età, la vita fuori da quell’ambiente involontariamente stretto ed inconsapevolmente opprimente, non negato, ma riconosciuto consciamente per quel che era, porta, con il passare del tempo, a prenderne con consapevolezza le distanze.
Con la maturità di chi vive liberato da quei legacci giovanili, pronta a vivere finalmente la propria umanità per quello che è, non nel rigetto del passato, ma con la serenità di chi finalmente può esprimere ciò che la vita, nell’essere donna, le ha chiesto di vivere, il suo essere EVA.
La maternità, naturale completamento a cui l’autrice, come donna, è approdata, non è certamente un fine, se pure un approdo significativamente importante, ma un ulteriore passo per affermare chi davvero lei sia, una volta liberata da quei veli che volevano offuscare, o meglio nascondere i suoi impulsi naturali.
Ma la serenità con cui giunge a tale conclusione la fanno matura e consapevole di ciò che la sua persona è ancora in grado di dare: niente è perduto, la vita è ancora lontana dalla sua naturale conclusione e l’Eva, che mai l’ha abbandonata, Ostinatamente può venire fuori a ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, il suo ruolo, la sua visibilità,  la sua presenza, della quale anche noi lettori dobbiamo prendere atto.
Eva va ascoltata. Per troppo tempo è stata negata la sua essenza, le è stato imposto di non parlare,e lei si è, non solo trascurata, peggio negata. Ma Ostinatamente è rimasta in vita, non si è arresa, né è esplosa in un modo incontrollato ed irragionevole che l’avrebbe portata a perdere quanto di positivo voleva, e doveva, affermare, cioè a passare dalla parte del torto. Ha invece atteso il momento opportuno, con la calma di chi è conscio che la ragione prima o dopo viene a  galla, con la serenità che l’attesa si sarebbe trasformata in vittoria.
E la vittoria è arrivata, lontana dai clamori che rendono futili le cose, come fuochi di paglia il cui bagliore dura il tempo di un respiro, lasciando il niente dietro di sé, neanche un pugno di cenere a ricordo di quel che c’è stato.
La maturità, la maternità hanno permesso ad Eva, se pur in ritardo, di aggiungere la creatività poetica alla maternità naturale di cui dovrebbe essere complemento e completamento; di far venir fuori decisamente, ma non traumaticamente, la propria femminilità, oserei dire la propria sessualità; le proprie esigenze, le proprie necessità, le proprie capacità di dare e ricevere che stanno alla base del ruolo che Eva ostinatamente vuole, ma sarebbe meglio dire, deve, ribadire.
E Carla le ribadisce con la poesia, attraverso la quale fa sgorgare dal proprio io questa femminilità che sentiva oppressa al suo interno, inespressa, finché l’Eva che aveva in sé, Ostinatamente non è venuta fuori, aiutandola ad affermare, nei versi, il suo essere donna.
Carla non solo racconta il presente di persona matura e consapevole, ma ricorda con un velo di  nostalgia, l’Eva dei suoi venti anni, assopita per l’educazione  ricevuta, ma fremente ed esplosiva nella sua istintività che mai l’ha abbandonata.

Mi piace terminare queste poche considerazioni con le parole della poesia
 Ascolto fremente
.............................
……………………
Ho vent’anni
la chioma dorata
e la figura sottile
s’adatta al braccio
avvolgente.

Rigenera il fiore
appassito fresca
linfa d’amore

E più nulla s’oppone
alla vita che esplode.



Pietro Ciacci

giovedì 10 maggio 2012

Presentazione "Eva Ostinata" 28 maggio 2012


Il tuo messaggio

Grigi di cenere
gli anni tra noi caduti
sui sorrisi spenti
ma brucia viva
la tua assenza
mentre ascolto nel buio
l'umida erba ch'attutisce
dei passi pellegrini
cadenze soffocate

Pure non decifro
il tuo messaggio, svanisce
l'eco di quei passi
e resta la meta oscura
come il tuo viso e le parole

Perché non torni,
cara,
a illuminarmi il giorno?

giovedì 19 aprile 2012

Eva ostinata: recensione di Mariangela Di Landro

Eva Ostinata di Carla Spinella. Poesie( con presentazione di Luciano Aguzzi). La Vita Felice. Milano, 2011,pp.152. Euro14,00

Recensione di  Mariangela Di Landro  “Spigolando tra le poesie di Carla Spinella”                                                                                                         


Leggere le poesie di Carla, mia compagna di classe e di banco al liceo, significa rituffarmi in un mondo dal quale evidentemente  non mi sono mai del tutto separata, se è vero che non ho bisogno di chiarimenti per interpretare i suoi versi intensi e raffinati. Io la sento questa poesia, risuona dentro di me con le sue metafore, le sinestesie, le allitterazioni; con il suo ritmo musicale scandito dall’uso frequente dell’ enjambement e dalla punteggiatura, volutamente omessa o, al contrario, opportunamente inserita per dilatare o frenare il respiro dei versi. Leggendo le liriche, ricordo i grandi dolori della sua vita, rivedo le meravigliose persone che Carla ha perso, la giovinezza spezzata di Ottavio, la dolcissima mamma, il burbero-benefico papà, orgogliosissimo della sua poetessa, gli occhi di velluto di Roberta e apprezzo  la viva sensibilità di questa  fine poetessa che, con un accurato lavoro di lima, ha saputo trasformare la disperazione individuale in poesia e bellezza da regalare ai lettori.
Ritrovo anche echi della nostra terra, nel gioco di pieni e di vuoti, di albe e tramonti, di agro e di dolce, di luci e di ombre. Riconosco le ambivalenze dei “fili di porpora e d’oro” e delle aure diverse che si respirano in questa terra di confine,in cui l’odore di bitume è addolcito dall’aroma di limoni, di miele e di zagara, commistione di fragranze che ben si presta agli audaci ossimori spesso presenti in questi versi che mi sento di definire vera poesia.

La Signora della Poesia nel suo laboratorio, che ha tenuto segreto per tanti anni, ha scavato tra le primavere trascorse e le presenti e ha concepito versi scritti, cancellati e riscritti( “ carte su cui compongo e scompongo la vita” ), mai contenta di sé; eppure ora finalmente decisa a non “tradire” più il raro “dono” ricevuto, grazie al quale “il riso e il pianto colmano il mio[suo e nostro] giorno”. 

giovedì 1 marzo 2012

Eva ostinata: recensione di Lucia Messina

Ho letto recentemente la silloge “Eva Ostinata” di Carla Spinella. Si tratta di liriche molto intense,
che rivelano un ricco e travagliato mondo interiore, oscillante tra la nostalgia del passato, il rammarico per i giorni sprecati in attività estranee alla poesia, la consapevolezza dolorosa di un presente abitato da delusione e disamore e la speranza di un futuro ancora aperto all’amore e alla poesia( che risulta il più forte e costante degli interessi di Carla Spinella). La scelta accurata delle parole più connotative, che mi fanno pensare ai ciottoli perfettamente levigati dal mare, e la loro originale disposizione, che produce un ritmo dolente e persuasivo, trasfigurano il sentimento personale dell’ autrice in emozioni in cui ognuno può sentire rappresentate le proprie delusioni e le proprie aspettative, precisamente come è accaduto a me. Infatti, mentre leggevo, avevo l’impressione di ascoltare la voce dolce di una sorella capace di condividere i miei stati d’animo e di consolarmi.
Per la prima volta ho intuito il valore della Poesia e mi sono convinta che questa poetessa, finora poco nota, sarà molto apprezzata da chi avrà la possibilità, grazie alla diffusione online, di leggere le sue liriche, sia quelle di questo libro, pubblicato da poco da La Vita Felice sia le altre che Carla Spinella vorrà donarci in futuro. 

Lucia
Messina

venerdì 10 febbraio 2012

Presentazione del libro "Eva Ostinata" da parte dell'Associazione Rhegium Iulii

Rhegium Julii 8 novembre 2011
Eva Ostinata (di Carla Spinella)
Presentazione di Francesco Idotta

Il volume poetico di Carla Spinella, pubblicato da La Vita Felice editore, con prefazione di Luciano Aguzzi, racchiude cinque sillogi, (Le voci sepolte, Eva ostinata, Il dono tradito, L’ultima lacrima e Versi in concerto). Cinque vie che conducono il lettore, attraverso traiettorie tortuose, alla medesima meta: l’anima del poeta, il quale decide, combattendo anche contro se stesso, di parteciparla.
Carla Spinella, calabrese di origini, è una poetessa consapevole della responsabilità che si è assunta. Sa che la parola è un detonatore privo di disinnesco: una volta attivato determinerà un’esplosione. Da qualche parte lo scoppio genererà forme e idee, creerà vita.
Le chiavi di lettura dell’opera di Carla Spinella sono molteplici, e in questa sede non è possibile analizzarle tutte, per tale ragione si è pensato di soffermarsi su un unico tema che, a nostro avviso, sembra essere ricorrente, a tal punto da destare il sospetto che possa essere il sottotitolo invisibile dell’opera o, quantomeno, il fil rouge, la bussola che oltre all’orientamento spaziale fornisce un indirizzo formale al lettore.
Prima di girare la chiave, ci soffermeremo sul titolo: La Eva ostinata di cui parla la poetessa potrebbe essere la Penelope tessitrice o la sconfitta Euridice o anche una donna partorita dal padre, una Atena, dea dell’intelligenza, non madre di figli, ma di parole.
La vicinanza di Eva a Penelope ce la svela la stessa Poetessa nella poesia di pag. 89.
La prossimità ad Euridice, invece è manifesta nella poesia di pag. 111, “La morte”, nei versi: “È passo incalzante/ nella notte dell’anima/ smarrita/”. L’ultimo verso è composto da una sola parola (smarrita), che rammenta la perdita di Euridice nel momento in cui il poeta Orfeo cerca di fermarla col suo sguardo.
Atena, dea dell’intelligenza, invece, è presente nella poesia di pag. 81, dal titolo “Ebbrezza d’infinito”, nei versi: “Tutta m’invade/ a volte l’anima/ e cerca felice/ intatte cime”. Le altezze che cerca Eva – Atena non sono quelle dell’amore, come cerca di camuffare nei versi che seguono, ma quelle della conoscenza, come tradiscono i versi che chiudono la poesia: “Mi riafferra ebbrezza/ d’infinito/ e ancora mi levo/ tra gli antichi sogni”.
Chiarite le sensazioni che il titolo del volume ci ha suscitato, passiamo a svelare brevemente il nome della chiave con la quale cercheremo di aprire le porte del libro di Carla Spinella.
Ci è parso che il punto principale di questa raccolta potrebbe essere il “tempo”.
La questione del tempo è logorante. Chiunque si accinga a confrontarsi con tale problema deve fare i conti con i mostri sacri della fisica e della filosofia. Tuttavia, senza scomodare nessuno, noi ci affidiamo alle parole di Carla Spinella, le quali ci spingono ad aprire una riflessione capace di affrontare la precarietà dell’esistenza, senza sconti né riserve: la vita è difficile, il poeta lo sa e Carla Spinella non ha nessuna intenzione di indorare la pillola.
Il tempo appare come un cavallo imbizzarrito, sul quale bisognerebbe assolutamente montare, mentre è al galoppo sfrenato. Si ha la sensazione, e forse non è solo una sensazione, che noi non si sia più nel tempo, ma fuori di esso. Occorre inseguire la giovinezza, perché sfugge; rincorrere l’amore, perché si dilegua; incalzare il successo, giacché passa una sola volta… ecco che l’uomo rei-etto, ri-gettato, colpevole, gettato via, si smarrisce nel caos e perde il kosmos… Eva fu la causa di tale rigetto e come tale, a volte maldestramente, cerca di rimediare. L’uomo si illude ma Eva è tristemente cosciente della sua caduta nel tempo.
Nel momento stesso in cui si decide di confrontarsi col problema del tempo, bisogna essere consapevoli che si sta per avviare una riflessione sulla Morte e questo la nostra poetessa lo sa benissimo.
Chiunque intraprenda una riflessione sul tempo, sta per inoltrarsi nell’Ade, esattamente come Orfero che va alla ricerca di Euridice. La discesa nell’Ade rivela il desiderio di comprendere il senso della Vita, il senso del proprio tempo, che implica una continuità, che prima o poi si interromperà bruscamente.
Per comprendere il senso della continuità occorre innanzitutto intervistare la Morte, in modo particolare la propria, ma anche la dinamica di questo evento, che si prospetta ineluttabile e per questo terrorizzante, richiede coraggio e abbandono; postula un desiderio di scoperta, quindi di libertà. Quella stessa libertà che la morte parrebbe negare e che Eva ha conquistato mangiando la sua mela.
La morte, è l’ombra che cade/ sulla mela bacata. /È la foglia che si sgretola con sospiro rassegnato./ È passo incalzante/ nella notte dell’anima smarrita./ È pace/ d’un sonno che la scelta/ non tortura.
Carla, la poetessa, non si tormenta come Orfeo, ma si lascia andare come Euridice (la quale, come Eva, è stata la prima a passare il limite): non vuole sconfiggere il mistero, ma far sì che esso divenga seme di nuova vita, e non importa che tipo di vita.
La vita è un viaggio, che non ha ritorno (21) il ritorno è agghiacciante, perché ci lascia come conchiglie buttate sulla sabbia (37).
Meglio lasciarsi prendere dal divenire, perché nessun gesto che compiamo può dare il senso al tempo: il futuro è pieno di fantasmi spalanca porte di minacce, tanto vale aspettare che il fluire ci conduca là dove siamo diretti (45).
Non si legga ciò come il dire di un nichilista, ma semplicemente come la consapevolezza dell’uomo di non poter oltrepassare il muro del possibile. L’uomo è limitato, l’unico modo che ha, pare dire Carla Spinella, di opporsi alla sua caducità e di non restare franto nel vuoto del tempo (49), è di recidere le radici (53), affinché il cuore voli con leggerezza e conduca Teseo, grazie ad Arianna, fuori dal labirinto.
Il vuoto del tempo di pag 49, lascia così spazio a un tempo colmo di pag. 67: “Si colma il tempo frenato;/ e gentile s’accende/ la musica crepuscolare”. Il tempo si riempie di senso solo nel momento della sua fine: noi non possiamo contenerlo né significarlo, ci è dato solo di viverlo. Nel lasciare che esso trapassi, ci riafferra la brezza d’infinito (81) e ancora è possibile levarsi tra antichi sogni. I sogni dell’umanità, la stessa che sopravvive grazie ai poeti e alle loro voci dissacranti e dissonanti. Il poeta che dipinge scheletri di pensieri a tutti fratelli e tenera suona la parola che ad ognuno regala (101).
Resta la memoria, come una dea ostinata, la quale si rifiuta di lasciare che una qualunque vita cada nell’oblio. Perché ricordiamo solo ciò che non dimentichiamo e nel ricordare ammettiamo la nostra sconfitta, perché ciò che abbiamo perso non lo possiamo ricordare. Eva è ostinata, ma davanti al tempo anche lei cederà le armi e la voce femminile della memoria lascerà che il tempo continui, senza sosta verso un orizzonte che un giorno smetterà di esserci familiare e ci apparirà estraneo e lontano come una lingua straniera.
Ciò che per-mane (resta per…) ha sempre una dinamica interna che si contrappone o si impone a una dinamica esterna. Un’opera d’arte rivela la sua dinamica interna nel suo esserci, nel suo stare nel tempo dell’artista; la dinamica esterna, invece, è la relazione che l’opera d’arte instaura, al di là dell’artista, con il tempo degli uomini che la osservano o la eseguono.
L’ostinazione di Eva ha senso solo se le voci di Carla e delle altre correranno senza occuparsi di restare, con l’unica certezza della possibilità di un ultimo sospiro d’amore (141).